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Alla ricerca del Convegno Decente. (Contenuti e Sponsor che non voglio più)

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convegni

In questi anni ne ho visti di tutti i colori. Di convegni, intendo. La foto che vedete qui sopra è reale e rappresenta tutti i badge che ho conservato degli incontri a cui ho partecipato negli ultimi due o tre anni.

Ma proprio mentre risistemavo un pò la scrivania, mi sono chiesto: “ma di tutti questi incontri, quali sono quelli che davvero mi hanno lasciato un segno?” Un pò perché l’età avanza e la memoria indietreggia, un pò perché spesso a grandi titoli corrispondono piccoli relatori, devo dire che ho fatto davvero difficoltà a ricordare qualcosa che avesse dei contenuti di vera qualità.

Fra questi, di certo mi viene in mente l’HR Innovation Forum di Eugenio Amendola per quanto riguarda la mia area professionale, Brandy organizzato da Leonardo Buzzavo che in qualche modo mi ha permesso di approfondire case history di brand management che è uno dei temi che accompagnano la mia attività di formazione e quindi ha rappresentato per me la possibilità di aggiornare alcuni contenuti ma soprattutto di instaurare contatti davvero eccellenti con Amministratori Delegati e prime linee manageriali di aziende importanti, e direi anche il Business Marketing Forum di Performance Strategies con relatori internazionali non scontati. Sicuramente anche altri, ma al momento sfuggono.

Sarà per questo che mettendo in ordine tutti quei badge per capire anche che tipo di percorso avessi fatto in questi ultimi anni, dove avessi investito il mio tempo e soprattutto cosa abbia potuto capitalizzare anche solo in termini di contatti (oltre che di contenuti), mi sono reso conto che, se fino a 5 anni fa partecipavo ad una media di due incontri/convegni al mese, nell’ultimo anno ho partecipato a soli 5 convegni. Circa un quinto in meno. E so con certezza che non è casuale, perché ogni volta che ricevo un invito adesso più di prima controllo:

  • tema del convegno e chi sono gli organizzatori
  • formazione del panel

Bastano questi due elementi per farmi decidere se vale la pena fare chilometri, prendere treni, pagare caselli ed alberghi e sottrarre una giornata ad altre attività.

5 MOTIVI PER NON ANDARE A UN CONVEGNO

Tanto per cominciare, scarto a priori tutti quei convegni che servono agli organizzatori per promuovere le proprie attività (che per carità, è chiaro che questo è il primo obbiettivo di chi organizza un evento) in maniera autoreferenziale. Mi spiego meglio: un convegno in cui sul palco parlano 5 relatori di cui 3 sono partner, case history, clienti o amministratori della Società organizzatrice, per me è già OUT.

Gli sponsor sul palco sono il secondo motivo per cui declino la mia partecipazione ad un convegno. Se devo andare ad ascoltare dei perfetti incompetenti che hanno conquistato un microfono grazie al fatto che hanno pagato uno stand nella saletta a fianco, per me è OUT.

Le case history autocelebrative sono un altro motivo. Ci sono relatori che non riescono a fare a meno di portare 200 slide preconfezionate cambiando solo la data di copertina e raccontando mirabolanti imprese in cui la loro azienda si è contraddistinta per aver portato a termine con risultati eccezionali un progetto di complessità elevatissima. Nessun bug, nessuna crepa, nessun problema, i processi sono filato lisci come l’olio, i team di lavoro hanno collaborato dal primo momento con entusiasmo e spirito di squadra e il risultato è stato ottenuto nei tempi richiesti. Ecco. Se questa è una case history, io sono campione mondiale di Decathlon su Neve Fresca. Io voglio sapere perché, quale strategia avete adottato, quali intoppi, come avete fatto a convincere le Persone che da 100 anni andavano a destra a girare a sinistra, quali strumenti avete utilizzato e a che punto DAVVERO siete ora e cosa vi serve per completare il progetto.

Ma di fronte a queste domande normalmente l’interlocutore si trincera dietro a un silenzio di tomba difeso dalle parole “privacy”, “non sono autorizzato”, “queste sono domande che riguardano i colleghi del marketing”. In pratica, stiamo ascoltando un presentatore impacchettato e spedito dalla sua azienda come un pacco postale a sciorinare numeri arrotondati per eccesso con il sottofondo di Cristina d’Avena.

Il networking inesistente. Purtroppo qui si va un pò alla cieca, ma una volta che l’esperimento è fallito la prima volta, la seconda non mi fregate. Molti convegni si concludono con “aperitivo di networking”. Peccato che la stragrande maggioranza degli eventi a cui ho partecipato si sono rivelati a “networking tasso zero”: consulenti alla ricerca di clienti, operatori HR alla ricerca di clienti, sponsor alla ricerca di clienti. Di clienti nemmeno l’ombra. I buffet, anche quelli, tristissimi.

L’Associazionismo di Categoria. La parola “categoria” non mi piace, sa di chiuso. Sono quei luoghi dove parlano individui della stessa specie e si raccontano che è importante cambiare, ma poi non cambia mai niente perché di fatto quei luoghi servono solo ad autoreferenziarsi, a generare sicurezze, a chiudersi nella convinzione di essere portatori sani di innovazione senza mai mettere il naso fuori dalla porta di casa e senza mai chiedersi se la nostra idea di innovazione è uguale a quella degli altri.

Quelli che… “ho organizzato il Convegno su una nave da crociera, al largo”. Per essere ancora più sicuri, al riparo da contaminazioni e commistioni di qualsiasi genere.

Sulla base di queste esperienze ho pensato Nobìlita, il Festival della Cultura del Lavoro. Intanto l’ho chiamato della Cultura del Lavoro e non del Lavoro e basta, perché fosse chiaro che questo deve essere un punto di riflessione in cui chi partecipa si porta a casa dei concetti e delle idee. Poi, perché per fare Cultura bisogna spalancare le porte alla contaminazione e quindi ho chiesto di parlare di lavoro a giornalisti, sociologi, intellettuali, autori e naturalmente anche a manager e imprenditori, ma non troppi.

Niente Case History, niente slide, niente autoreferenzialità. A Nobìlita si discute e ci si confronta con relatori molto diversi fra loro scelti esclusivamente sulla base di competenze molto concrete a seconda dei temi di ogni panel.

Infine, gli sponsor. Credo che Nobilita sia il primo esempio di manifestazione a basso contenuto di marchette. Abbiamo scelto gli sponsor fra aziende che erano già partner di FiordiRisorse e di cui sapevamo già quale valore avrebbero potuto portare al festival. Hera, CirFood, Warrant, Aeroporto di Bologna e Davines sono aziende con cui abbiamo già collaborato nella realizzazione del MUSTer e di altri eventi e giornate di formazione. Li abbiamo cercati e ci hanno risposto con l’entusiasmo di sempre.

Altri ci hanno cercato, ma volevano salire sul palco e vendere “campioncini”. Erano soldi sicuri, ma non ce la siamo sentita.

Altri li abbiamo cercati noi fra le aziende “Top Employer Branding” o “Best Places to Work”, quasi tutte multinazionali dai fatturati astronomici. Abbiamo parlato con i loro direttori del Personale, abbiamo ascoltato delle meravigliose storie di successo e di “importanza del capitale umano”, ma quando si è trattato di supportare proprio quei valori così ben rappresentati dalle cornicette appese al muro, sono emerse spinose questioni di budget o addirittura ci siamo sentiti dire che “le priorità in questo momento sono altre”.

E infine, le sorprese: un ex MUSTerista che ha proposto alla Sua azienda produttrice di acciaio di supportare la manifestazione, la consulente di una società internazionale di servizi per le Risorse Umane che ha investito il piccolo budget a sua disposizione per la comunicazione, l’AD di una piccola società di trasporti che non ha voluto neppure essere nominato e tutto il board di una bella e anche buona azienda di cioccolato che ha sposato per intero l’idea di Nobìlita di promuoversi attraverso contenuti e non con la pubblicità, così come una delle più grandi cooperative Bolognesi che ha scelto il nostro Festival per fare employer branding.

In questa esperienza ho scoperto che la grandezza della propria azienda non è il metro con cui si misura la volontà di testimoniare i valori in cui si crede davvero.

“Restituire il Lavoro alle Persone” è il tema che abbiamo scelto quest’anno insieme a contenuti, relatori e sponsor che non ci stavano a restare imprigionati in una cornicetta appesa al muro con la scritta “Vision e Mission”, condannata alla polvere e ad essere ignorata da dipendenti distratti.

 

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