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Cronache da un altro mondo: Chocoland vista da un Designer

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mukkavolante

Ancora sorrido tutte le volte che mi chiamano “lo svizzero” ma in fondo me la sono cercata. Sono ormai 13 mesi che lavoro oltre confine e credo non ci sia nulla di più lontano del concetto di “Svizzera” dal mio essere il solito casinista, stato dell’animo che viene però perdonato di default a tutti i creativi.

Ebbene sì sono un designer, ma potrei benissimo fare il becchino* e continuerei comunque a dire che faccio il designer, almeno da quando ho notato l’alone di mistero, curiosità  e implicita ammirazione che si genera negli sconosciuti durante i (pochi) momenti conviviali.

Ovviamente fino a quando il più scaltro della compagnia non incalza con uno svogliato “..ah sì, e che cosa disegni?”; da quel momento sono costretto a rivivere il mio personalissimo Giorno della Marmotta, quei cinque interminabili minuti nei quali spiego con parole sempre più elementari cosa fa un Experience Designer, sentendomi sempre più spesso come il faccio-cose-vedo-gente di Moretti, ma non importa, perché in fondo per tutti ormai sono “lo svizzero”.

Appunto, Chockoland. Potrei chiudere l’articolo in molte meno battute di quelle che mi sono state assegnate se mi fermassi all’unico vero punto che risveglia sempre l’attenzione dei miei interlocutori: stipendio e tasse. Punto. Come se tutto ruotasse sempre e solo attorno all’asse del portafoglio. Ormai ho parlato talmente tanto della mia scelta di uscire dall’Italia che ho persino rilievi statistici a riguardo. La realtà come sempre è molto più complessa.

Lavoro

Ho sempre considerato il mio lavoro come un lavoro di confine. Grandi brand ci chiedono sempre più spesso di ridefinire l’esperienza dei loro clienti, siano essi i consumatori finali che i clienti interni, il loro personale.

Ci chiedono una visione e una capacità strategica che va oltre il design dei singoli touchpoint o la loro orchestrazione. Ci chiedono di capire il mondo o quanto meno di vederlo attraverso i nostri occhi e questo vuol dire che noi per primi dobbiamo poter avere una percezione netta di quali sono i trend, di come impatteranno alcune tecnologie che oggi sono invisibili ai più, di come cambieranno i comportamenti degli individui.

Poiché i nostri clienti ci investono di responsabilità che una volta erano di altri consulenti – posto che un consulente si sia mai preso la responsabilità di qualcosa – lavoriamo costantemente su un confine molto sottile, tra l’esplorazione del futuro e il design di soluzioni per il presente. Ecco io ho la netta sensazione che se fossi ancora in Italia questo non sarebbe possibile.

So bene che state pesando che dopotutto siamo globalizzati, che accediamo tutti alle stesse informazioni allo stesso momento e via dicendo; in realtà, non è così, altrimenti non si spiegherebbe la Silicon Valley. La Svizzera offre un respiro internazionale che in Italia manca, una naturale propensione a guardare all’estero ad internazionalizzare. Per noi vuol dire essere liberi da preconcetti, parlare con maggiore facilità con realtà dall’altra parte del globo, far davvero parte di una community che funziona come una rete di sensori sempre attivi per ricevere quelle informazioni che poi saranno la base del nostro lavoro. Tutto questo a soli 30 km dal nostro confine…

Persone

Ho il privilegio di lavorare con persone straordinarie.

Menti veloci e capaci, in grado di riconoscere situazioni complesse, destrutturarle, analizzarle per poi ricomporre il tutto in progetti di design di cui andiamo tutti fieri. Ma anche sensibilità eccezionali; la maggior parte di loro sono italiane.

Tutti i giorni vivo questo paradosso e vedo grandi professionisti che possono essere davvero se stessi, dare il meglio, realizzarsi, solo perché non sono in Italia. In Svizzera il loro talento viene premiato, non solo economicamente, perché gli viene data la possibilità di sentire che quello che progettano servirà davvero a migliorare la vita delle persone, impattando ovviamente sul business dei clienti. 

Azienda

Ok, faccio-cose-vedo-gente ma lo faccio per Sketchin, un manipolo di designer che a fronte di poche regole molto chiare costruisce in modo anarchico la sua esistenza e butta continuamente il cuore oltre l’ostacolo.

L’ostacolo che abbiamo appena superato si chiama Atlantico e da qualche giorno abbiamo una sede ad Atlanta, GA, U.S. e ovviamente l’abbiamo fatto apposta per poter scrivere una altro articolo per FdR. Una cosa che lo stare in Svizzera ci ha insegnato è che puoi realizzare le cose che hai pensato senza doverle per forza sotterrare nel cimitero delle buone intenzioni perché l’ecosistema ti è avverso.

Atlanta è poi il nostro momento lisergico: per chi come noi ha una formazione made in U.S.A. poterci tornare esportando la nostra conoscenza e il nostro stile è una soddisfazione inimmaginabile. Ma ancora una volta designer italiani possono tornare ad insegnare negli U.S.A. solo perché lavorano per un’azienda Svizzera. C’é da farci più di un pensiero.

Ovviamente ci sono anche i rovesci della medaglia, le ore passate in auto, il clima, la non straordinaria accoglienza per i frontalieri (eufemismo), la scarsa vita sociale, gli affetti lontani e altre cose che si stemperano nel pensiero che posso anche considerarmi un privilegiato.

 

* la verità è che faccio davvero il becchino, ma oggi avevo tempo, solo due decessi questa settimana. Dicono che sia stata la glicemia; troppa cioccolata. Succede.

 

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