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Dove sono i CEO ?

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Prendo spunto da un post di Paolo Iabichino su Medium che in occasione di una manifestazione organizzata da creativi della Pubblicità che hanno dedicato il loro tempo e le energie personali per organizzare un incontro con ospiti internazionali al fine di creare confronti, contatti e fare cultura di genere, ancora una volta ci si chiede:

“…le assenze sono la vera minaccia di questa industria.

Perché ho visto pochissimi CEO. …E i CFO delle nostre agenzie dove se ne sono stati? Non sono loro che vendono e comprano la materia prima di questa industria? E i nostri clienti? La creatività non riguarda anche loro? Le nostre idee non sono quelle che fanno vendere i loro prodotti? Qualcuno è stato invitato dentro qualche panel, non è mancata ovviamente la rappresentanza istituzionale, ma perché tutti gli altri non si sono imbucati dentro i tantissimi incontri in cui abbiamo parlato di creatività?

Se riportiamo la creatività al centro. Lo facciamo per le persone che sono il motore di questa industria. Ma non possiamo farlo se chi deve investire sulle nostre idee, non sente l’urgenza di avvicinarci, conoscerci, festeggiare la creatività come l’ingrediente più importante di questo lavoro. Soprattutto di questi tempi…”

Quanto scrive Paolo potrei sottoscriverlo riga per riga per tutti i settori dell’industria con cui da recruiter e da ideatore di FiordiRisorse mi trovo ogni giorno in contatto, laddove si propongono incontri di confronto, di scambio di idee e di informazioni, o anche solo di semplice networking, che “soprattutto di questi tempi” sono oro colato.

Mettere in contatto le Aziende e le Persone, scambiare informazioni necessarie per evitare di fare errori che hanno già fatto gli altri, creare acceleratori per contenere le spese dovrebbero essere attività che ogni dirigente d’azienda dovrebbe non solo promuovere, ma anche presidiare personalmente.

Manca la curiosità, abbiamo un surplus di autoreferenzialità e febbre di posizionamento personale. C’è sempre tempo per un pomposo panel confindustriale ricco di pacche sulle spalle e lisciate di pelo, pochissimo per incontrare chi ha idee da proporre. Spazio per le interviste con i giornali ma chiusura alle visite aziendali, al contatto con il territorio, alla comunicazione fatta in maniera diretta attraverso gli occhi e la voce di chi vive e lavora in quei territori. Ancora potere ai comunicati stampa degli Amministratori Delegati che nessuno legge, distanza dai nuovi media e dai social network dove tutti abitano. Budget milionari per le fiere di settore e per l’ExpoFlop, cordoni chiusi per chi cerca di immaginare un futuro diverso, con le proprie forze.

La strategia delle aziende è ormai disegnata dall’incapacità della classe dirigente di usare strumenti nuovi e di comunicare con nuovi canali. Gli organigrammi sono l’arma con cui tutto è designato ad altri che sono “gli specialisti”, ma non sono di fatto coloro che decidono. E così chi vuole innovare e sperimentare organizza incontri e convegni che sono popolati da biglietti da visita che riportano (male), a qualcuno che dedicherà loro 3 minuti noiosi per farsi raccontare – nella migliore delle ipotesi – “cosa è successo”.

Dopo di che, nessuna scelta, nessuna decisione, nessun coinvolgimento.

Stiamo arricchendo i catering.

7 Commenti

  1. Ciao Osvaldo.
    Sinceramente non mi meraviglio affatto.
    I CEO non ci sono più per più motivi.
    – i competenti hanno bisogno di aggiornati processi-strumenti di “awareness” (e successivi, ormai soliti, stadi di conversione: la pubblicità oggi non esiste più)
    – i non competenti non sono in grado di capire la rilevanza di questi come di altri aspetti (purtroppo)
    – un bel po’ di operatori-consulenti-imprese che offrono servizi alle imprese in termini di accellerazione commerciale (un mare magnum ma il dettaglio ci porterebbe da altre parti) hanno inquinato l’acqua e continuano a farla contribuendo ad una più che giustificata mancanza di fiducia da parte dei CEO (ed altri responsabili di funzione/decisori) competenti
    Il tutto è un notevolissimo fattore di scarsa competitività italiana (il più importante per mia opinione) al quale potremmo dare il titolo di “MANCANZA DI COMPETENZA”.
    Per chiudere cito la straordinaria ed esattissima definizione di marketing pre-Kotler (1959) di un grande italiano: Giancarlo Pallavicini.
    Il marketing è “…È l’arte e la scienza di individuare, creare e fornire valore per soddisfare le esigenze di un mercato di riferimento, realizzando un profitto…”.
    Cordiali saluti. Ci vediamo in giro.
    D.

    Al riguardo avrei ovviamente opinioni.

  2. Scenetta familiare un paio di sere fa a casa mia: babbut, mammut e figliut!
    In televisione la cronaca dell’ennesimo convegno di Confindustria. Ci sono stata tante volte, mi sono davvero stufata. Sempre le stesse facce in prima fila. E gli stessi discorsi dal palco. E le stesse modalità di comunicazione ad una via, uno che parla, centinaia che ascoltano. Mio marito che commenta “ma quanto costa tutto questo?”…. mi viene da dire molto, e non solo in termini di denaro, ma di tempo ed energie devastate nei rituali di corte. Fanno girare il lavoro per qualcuno, ma dubito che producano molto valore.

    Invece vorrei un mondo tutto diverso: workshop dove le persone si incontrano e possono comporre conversazioni che danno un senso diverso alle cose, come in una orchestra jazz (ne sappiamo qualcosa, a proposito di FDR), attività co-creative che permettono di ricomporre la mappa di una realtà troppo complessa per essere letta in solitudine. Una modalità di comunicazione che va oltre quelle tradizionali, in cui si superano i dibattiti, che sono una forma comunque di civil tenzone cortese, per entrare nel mondo della connessione intra-personale e lasciare che le idee, semplicemente, emergano, perchè non siamo impegnati a ribatterci l’un l’altro.

    Qualche volta mi è capitato di vivere questa esperienza, qualche volta li organizzo persino, questi workshop. Ma che fatica tirare fuori i manager dalla loro routine!

    A proposito, se c’è un panel, vengo volentieri. Grazie.

  3. Intanto ringrazio Barbara e Duccio per i primi due commenti in merito. Entrambi estremamente diretti e calzanti, come piace a me! (e a noi di FdR).

    Sul ruolo delle Associazioni di Categoria – mi riferisco in particolare a quanto scrive Barbara – in breve scriverò un altro post, poichè nelle Marche si sta muovendo qualcosa. Le iscrizioni a Confindustria stanno crollando e gli Imprenditori, finalmente, hanno capito che soprattutto in assetti regionali molto ristretti dove tutti si conoscono, è sufficiente fare rete per portare a casa risultati.

    Le tessere stanno a zero.

  4. Il mio pensiero al riguardo e’ duale:
    a) penso che la stragrande maggioranza dei CEO (ad occhio e croce non nativi digitali) tema tutto quanto ruota intorno al web, perché vissuto come “minaccia” alla propria posizione/status e non come “opportunità” di sviluppo dei business aziendali (o eventuali new business);
    b) i suddetti CEO sono strutturalmente abituati – e cresciuti professionalmente) cannibalizzando il know how altrui (colleghi, collaboratori, consulenti, fornitori, etc.) e non ci pensano proprio a condividere le proprie esperienze e fare “rete” per uscire dall’attuale pantano economico nazionale. Continuare a nuotare nei placidi acquari degli incontri organizzati dalle paludate Associazioni di Categoria li fa sentire al riparo e – sbagliando – continua a rassicurarli.
    My two cents.

  5. E se i CEO fossero vittime? Ingabbiati da imprenditori e finanza ?

    Hanno in realtà questi la giusta delega per instaurare comportamenti premianti diversi dai soliti?

    Temo infatti che uno degli aspetti de nanismo delle aziende italiane sia l’aver bloccato di fatto lo sviluppo dei manager, disegnandone i contorni in modo troppo scontato.

    In uno degli eventi di Fdr, Riccardo Ruggeri ci sottolineava come i curriculum dei top manager alla fine si somiglino tutti.

    Quando arriverà il momento in cui il sistema richiederà che oltre ai curriculum ai CEO venga chiesta una socialità che li veda attivi in eventi e attività che aiutino le aziende ad arricchire la propria cultura?

    E se questo percorso è da ritenersi premiante quale sarà l’associazione che saprà tracciarlo?

    Non ci vedo Confindustria.

  6. A Duccio, per il suo commento, debbo un lusinghiero giudizio che va ben oltre i miei meriti e che voglio ricambiare, con altrettanta stima e simpatia. Giancarlo Pallavicini

  7. Grazie a tutti per i commenti a questo articolo. Vedo che l’argomento è sentito e spero che continuiate a seguire i nostri thread su questo sito. Approfitto per invitarvi, qualora abbiate voglia e visto che siete così produttivi di contenuti, a usare il sito anche per pubblicare vostri articoli se avete qualche tema da proporre. Potete farlo automaticamente dopo esservi loggati, cliccando sul tasto “pubblica un articolo”.

    E’ molto semplice e siamo curiosi di conoscere qualche giornalista in erba!

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