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I Brands più etici sono anche quelli più amati?

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Dallo studio “Meangfull Brands” appare chiaro come i brands più amati e apprezzati dai consumatori siano quelli associati a quelle aziende che più di ogni altra si sono impegnate a produrre beni e servizi nel rispetto di standard di sostenibilità sociale ed ambientale.
Il dato interessante è che alcuni di questi brands li ritroviamo anche evidenziati nel ranking delle best employer of choice (indagine annuale EBPS). Lo si può notare nell’ultimo ranking prodotto dall’indagine EBPS del 2010 dove compaiono alcuni brands indicati dalla ricerca condotta da Havas ed, in particolare, Google, Barilla e Ikea. http://www.osservatorioemployerbranding.it/1/ebps_il_ranking_1930721.html
Questo significa che un’azienda socialmente responsabile è anche un’azienda che in grado di attrarre di più? Si a condizione che l’essere socialmente responsabile sia una realtà tangibile e verificabile e non semplicemente una dichiarazione di intenti.
Una semplice dichiarazione che non trovi fondamento nella realtà avrà ovviamente un impatto negativo sulla reputazione dell’azienda trascinando con se anche un effetto negativo sulla sua attrattività.
Quindi promuoversi come realtà socialmente responsabile non può essere il risultato di una mera  strategia comunicazionale fine a se stessa ma dovrà trovare fondamento e consistenza nella propria cultura d’impresa e identificarsi tra i principali valori delle stessa.
L’essere socialmente responsabile è oggi sempre più importante e questo significa che chi vorrà sviluppare una strategia di employer branding dovrà farlo tenendo conto che le relazioni tra Immagine Istituzionale (Corporate Image), Reputazione (Corporate Reputation) e Attrattvità come luogo di lavoro (Employer Attractiveness) stanno diventando sempre più importanti.
Pertanto l’efficacia della strategia di employer branding dipenderà molto dalla capacità dell’impresa  di gestire ed integrare al meglio i suoi diversi ruoli: come realizzatore di profitto mediante la produzione di beni e servizi, come realtà socialmnete responsabile grazie ad un comportamento sempre più etico ed, infine, come “luogo di lavoro” (employer) nel quale i dipendenti attuale e potenziali possano trovare il piacere di lavorare.

2 Commenti

  1. Spesso, in azienda, mi piace dire una cosa che so essere difficile: “Dobbiamo fare così per ragioni etiche ancora prima che legali”.
    “Fare così” può essere “obbligare” i dipendenti a rispettare le norme di sicurezza, per la loro stessa tutela, può essere evitare comportamenti inquinanti, evitare di fumare a danno di altro persone o in presenza di sostanze pericolose; può essere il rispetto per un piccolo fornitore, da pagare nei tempi dovuti e tante altre cose.
    Ci credo e lo dico; ma quant’è difficile! ed ho anche l’ardire di sperare che il comportamento vistuoso di alcuni stimoli il comportamento virtuoso di molti.
    Francamente, sono abbastanza convinto che ci sarà sempre molto spazio per il profitto malandrino di tanti ribaldi; tuttavia penso che in un’era di conoscenza ed informazione diffusa (leggi web) sia davvero possibile, per tutti, giocare un ruolo a favore dei “buoni” (seri, etici, legali, sostenibili) e contro i “cattivi” (inquinatori, affamatori, evasori, prepotenti, corruttori…).

    Ad maiora,
    Giorgio

  2. @giorgio: d’ora in poi potrai anche dire, dati alla mano, “dobbiamo fare così per ragioni di sviluppo aziendale, oltre che per ragioni etiche”.
    A parte chi gode ancora di certe rendite di posizione, non vedo aziende di successo, proiettate verso un consolidamento di tale successo, che non tendano a voler rispettare i valori citati dal post di Eugenio: Immagine (coerente), Reputazione e Attrattività del luogo di lavoro, intesa come capacità di creare un clima che consenta alle persone di esprimere il loro reale potenziale.

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