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La zona di sicurezza

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“Noi viviamo in confini delimitati dalle nostre paure “ Ghandi

Questo diceva il Grande Ghandi , riconoscendo già negli anni passati il concetto di zona di confort, la cosi detta zona di confort o zona di sicurezza è infatti lo spazio all’interno del quale noi ci muoviamo , è lo spazio dato dalle nostre conoscenze , dalle nostre abitudini dai nostri affetti , dal nostro modo di pensare. E’ uno spazio sicuro , dove ci muoviamo con disinvoltura , fiducia , sicurezza , abilità, inconsciamente . Ma giustamente è uno spazio e come tale è delimitato da dei confini . Inizialmente , non sappiamo neppure come questi confini si presentano , non sappiamo dove sono, non li conosciamo fino a quando non si manifesta l’esigenza di un cambiamento… di imparare una cosa nuova… a questo punto scatta in noi la consapevolezza di dover modificare qualcosa nel nostro modo di essere , nel nostro modo di fare ,nelle nostre conoscenze , senza la quale non possiamo arrivare alla meta.
Questo è il punto più critico , vediamo il nostro “muro” il nostro confine.. ma vediamo che al di la di questo si trova ciò che vogliamo.. ed è come se il nostro IO conservatore entrasse all’interno di un ring con il nostro IO meta/obiettivo , la partita è dura.. da una parte la paura , dall’altra l’adrenalina per qualcosa di nuovo , e poi di nuovo l’abitudine contro la voglia di crescere etc,…

Ma la capacità di saltare il confine della zona di sicurezza è data dalla capacità di fare la scelta di uscire e di mettere in piedi delle azioni concrete di studio , di lavoro, di pratica che ci portano ad una nuova zona di sicurezza, e di nuovo troviamo la tranquillità , l’abitudine , ma questa volta la zona è molto più grande e dopo un po’ la curiosità , il coraggio e talvolta la necessità ci portano di nuovo ad affrontare quella situazione di instabilità che prelude all’esplorazione di qualcosa di nuovo e cosi via … il nostro obiettivo come persone è quello di creare costantemente una nuova zona di confort sempre più grande dove poterci muovere in tranquillità , serenità sicurezza e lucidità.
Perché è dentro la zona di confort che riprendiamo le nostre energie , ma è fondamentale che questa zona non sia per noi stretta perché in questo caso limitiamo anche la nostra possibilità di crescere.

Si tratta di una situazione talvolta naturale, proviamo ad immaginare una situazione tipo quella di un bambino di pochi mesi che ancora non ha acquisito la consapevolezza delle proprie capacità motorie… la sua zona di sicurezza è data dall’area che i suoi occhi riescono a vedere intorno a se… seduto in mezzo ad una stanza lui vede ciò che gli sta intorno… ma ad un certo punto scatta in lui la curiosità per l’ambiente che lo circonda , la necessità di seguire la mamma, la voglia di prendere qualcosa … ed è la è la sua meta il suo obiettivo…. E allora? Allora inizia a metter su tutte quelle azioni che gli permetteranno di acquisire la consapevolezza di avere delle capacità motorie…. Muove le mani … muove i piedi … si osserva , prova , si mette in discussione , sfida… fino a quando non trova il SUO modo per incamminarsi verso la meta.. magari all’inizio sarà un po’ contorto ma piano piano sarà in grado di affinare la tecnica…e di raggiungere agilmente i suoi “obiettivi” …, adesso la sua zona di sicurezza è molto molto più ampia… e sarà nuovamente pronto a sfidare se stesso per ottenere obiettivi sempre più grandi…la parola , il disegno , la scrittura e cosi via….
E se vogliamo riportarla al mondo del coaching , il coach è il supporto al cliente acquisire la consapevolezza di essere all’interno di una zona di sicurezza cha ha bisogno di “essere rivista” ( o meglio essere allargata) e sarà per il cliente un mezzo per accelerare questi passaggi di uscita dalla zona di sicurezza al fine di raggiungere gli obiettivi che egli stesso si è preposto.

5 Commenti

  1. Ciao Michela,
    ho intercettato questa tua riflessione, ti ringrazio.

    La lettura ha generato due link che voglio condividere, con chi ha voglia e interesse. Il tema che proponi è per me affascinante.

    Primo link è alla teoria dei segnali, in particolare alle tante splendide letture e conversazioni che nel ’95 feci a Pittsburgh con personaggi della Pitt Univ.. A quel tempo – avevo da due mesi concluso la mia laurea – esploravo il mondo delle dinamiche di interazione in organizzazioni complesse – sistemi complessi in generale. Oggi direi che mi sono cimentato in collegamenti per me arditi tra teoria dei segnali (mi serviva per arrivare ad innescare sistemi ‘ottimali’ di incentivo economico in situazioni di asimmetria informativa…) e teoria dei sistemi – per me allora sistemi organizzativi nel mondo del lavoro e dell’economia (partivo da esemplificazioni all’interno di 3 sistemi sanitari nazionali, ITA, USA e GB).

    Oggi richiamo i frutti di quelle lontane riflessioni per contesti di ‘studio’ nuovo: a partire da quelli più prossimi, tra me e la mia famiglia (4 componenti) la mia tribù parentale (scarsamente quantificabile!) e quindi tra me e lo staff dell’azienda attuale (8 componenti); per passare immediatamente alle diverse aziende clienti, dalle dimensioni più varie ma sopratutto le interazioni con i rappresentanti che le varie commesse mi fanno ogni giorno incontrare, le più varie; fino a… il contesto di studio, analisi, e anche passionale coinvolgimento (come se fosse boldato) tra me e principalmente 4 network entro cui riverso attenzione, tempo, energie personali.

    In tutti questi contesti osservo – alla luce della tua riflessione – la cosiddetta ‘zona di sicurezza’. Di mio stretto interesse, è poi la tensione continua tra il consolidamento di quanto già possiedo/ho conquistato e quanto ho desiderato/ sento necessario – esterno al mio ambito di certezze, competenze, capacità (in continua ridefinizione in rapporto ai contesti dove l’interazione si esprime di volta in volta)…

    Mi ha in particolare catturato il passaggio in cui introduci “la tranquillità, l’abitudine” (che per il mio personale carattere accosto, come richiamato sopra, al passionale coinvolgimento). E’ come dire, in un network ci sto, lo frequento e desidero affrontare anche sfide e cambiamenti forti, sono se c’è una passione che tira… e si porta dietro la tranquillità di operare quanto desiderato… l’abitudine di…

    Sono tre fattori che personalmente concorrono al contenimento della “paura gandhiana”… non mi dispiacerebbe ritrovarci – se di interesse anche per altri amici – per proseguire gli spunti che hai lanciato.

    Grazie, Michela!

  2. Notevole spunto di riflessione: una bella doccia fredda che di questi tempi fa solo bene, metereologici e non.

    Fuori dall’area di comfort, per deformazione professionale, per me c’è l’area di apprendimento ma per molti questa membrana è così sottile che confina – e si sovrappone – subito con l’area di panico.

    Forse darci delle regole che permettano “in sicurezza” l’uscita dal comfort dei più timidi ma anche dei più aggressivi, dei più timorosi… potrebbe invogliare e far apprezzare il mondo là fuori.
    Qualcuno cantava: se ho imparato a contare solo fino all’8 non vuol dire che il 9 non esista.
    E’ facile tuttavia dire: “ama come se non avessi mai sofferto” o non avere paura dell’acqua solo perchè ti sei scottato una volta…
    L’esperienza insegna, la mente interviene costantemente a confermare l’esperienza, per fortuna ci sono oggi molti strumenti per dare supporto al cambiamento.

    Credo che sotto l’ombrellone quest’estate aggiungerò qualche lettura su questo interessante tema: grazie per lo spunto, aspetto altri arricchimenti, come proposto da Michele.

  3. Michela,
    sarebbe sicuramente interessante una riflessione sulla zona di sicurezza e sul rapporto tra le persone del nostro FdR e la community; provo a spiegarmi: qual è e come si configura l’esperienza di allargamento della zona di sicurezza di un manager o professionista che entra in FdR sospettoso, forse timoroso e un po’ alla volta… cresce dentro la community?
    Conosci molto bene molti dei componenti e sono certo che un’analisi (anonima, nel pieno rispetto della privacy) ti verrebbe bene; magari anche molto ironica, come in altri tuoi scritti.

    Ciao,
    Giorgio

  4. Ciao Kira,
    …la mente interviene costantemente a confermare l’esperienza… mi piace (come si clicca su Facebook).
    Come ci tenta Giorgio, sarebbe bello subito mettere in analisi la mente di quelli che fanno frullare la community più frizzante… non azzardo a fissare confini (solo nelle 4 regioni, solo nell’italia centrale, solo in italia…???). Ma lascerei la Mano Celeste di toccare le menti e orientarle.

    Proseguirei intanto lo scambio. Sono varie le teorie manageriali che in questi anni mi hanno aiutato a interpretare (e rileggere in ogni occasione di bisogno – nei momenti di crisi, di stanchezza…) le esperienze vissute nel lavoro, nei diversi contesti in cui ho operato. Tutte mi hanno aiutato sempre a trattenere qualche spunto utile a stimolare questi “interventi della mente”, per le conferme desiderate (‘bene, questa esperienza è stata di successo, sono cresciuto io e ne ha beneficiato la struttura in cui opero…’).

    Ma anche a saper trattenere magari le esperienze significative, quelle speciali che ti illuminano il percorso su obiettivi di lungo periodo (cosa vorrei fare da grande? ma anche cose più terra-terra).

  5. Ciao a tutti voi,
    sono nuova in Fdr, ma mi è piaciuta molto questa riflessione sulla “zona di sicurezza”, quella parte della nostra ragione che ci fa sentire al sicuro solo se operiamo nei limiti di ciò che ci è noto, quella stessa parte di noi che ci mette in allarme, in tensione, per ogni nuova esperienza, per ogni cambiamento.
    Nella vita ho imparato che a volte occorre tuffarsi nel vuoto per riuscire a cambiare la propria strada ed anche che, altre volte, nonostante la voglia di cambiare sia grande, non si riesce ad abbandonare la “zona di sicurezza”…che cosa ci impedisce a volte di saltare? Forse solo la potenza di ciò che ci stimola a farlo…

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