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Coronavirus: come prendere le decisioni giuste?

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Tra le tante (troppe?) informazioni che forniscono tv e telegiornali, quelle che girano sui vari siti o sui social e quelle che ci condividono gli amici, è un vero caos.
Ognuno, inclusi medici e “tecnici”, sembra aver la risposta giusta e la visione corretta, mentre gli altri sbagliano: non facile farsi una propria idea.
E così ti ritrovi in uno strano continuum in cui in un estremo ci sono gli apocalittici che già prevedono la fine del mondo e dall’altro i complottisti che pensano che sia tutto architetto da qualcuno (vai poi a capire chi..).
Poi allontanandoci dagli estremi troveremo una discreta banda di catastrofisti/ pessimisti da un lato e minimalisti/ ottimisti dall’altro, per trovare in mezzo moderati/perplessi, rassegnati e confusi.
Non mi importa fare classifiche, ma credo sia importante rendersi conto di dove ognuno di noi si posiziona. E perché.

E la posizione (che ne siamo consapevoli o meno) dipende da diversi elementi che non sempre sono palesi; provo ad elencarne qualcuno, senza fare una classifica di priorità.

1. Le nostre credenze: siamo complottisti di natura, pronti a rifiutare la spiegazione ufficiale, perché c’è il Grande o Piccolo fratello che ha sempre qualcosa da nascondere o da manipolare?
Crediamo che la questione sia troppo complessa per essere compresa da chi non è un medico o un tecnico? Crediamo al contrario che ognuno si debba fare un idea o un opinione? L’importante è capire quali credenze abbiamo, perché comunque le utilizziamo e ce le siamo costruite negli anni che abbiamo vissuto: senza dimenticare che non tutte ce le siamo create deliberatamente, alcune le abbiamo assorbite dall’ambiente in cui siamo cresciuti o ereditate dalla famiglia o dalle amicizie.

2. Le nostre esperienze dirette: avete già vissuto le crisi in un certo modo? E ritenete che sia quello corretto, perché sinora siete sempre sopravvissuti? Occhio al Cigno Nero o all’eccezione che conferma la regola. Attenti a non dimenticare l’importanza del caso: se avessimo fatto altre esperienze, giungeremmo a diverse conclusioni e non tutte le esperienze ce le siamo scelte.

3. Le nostre emozioni di base (che si incrociano con i punti che precedono): siamo presi dalla terrore di ammalarci o al contrario abbiamo “solo” paura o invece proviamo ansia o fastidio? O ancora proviamo rabbia o voglia di combattere? Una certa tensione emotiva è necessaria per innescare i processi decisionali, ma una eccessiva intensità emotiva (positive o negative che siano le sensazioni provate) pregiudica le nostre capacità intellettive e cognitive.

4. Il metodo: sappiamo cosa non sappiamo? Accettiamo cioè che la base di dati che utilizziamo è per forza di cose parziale, temporanea e imprecisa? La realtà non esiste come entità a sé stante, ma è il cervello che la crea attraverso le percezioni che a loro volta interagiscono, influenzano e sono influenzate da 3 elementi appena citati.

5. Le euristiche. Il cervello bluffa. Siccome l’incertezza crea ansia, talvolta è preferibile una falsa certezza. Se poi non la riconosciamo come tale, meglio ancora, perché vuol dire che la “rappresentazione” funziona alla grande! Se le usano (inconsapevolmente) medici, piloti d’aerei, magistrati ed avvocati, perché non dovrebbero utilizzare tutti?

Insomma alla fine è un gran casino, forse ancora più grande di come lo avevamo immaginato e se non possiamo arginare l’ansia da incertezza, possiamo gestirla, partendo proprio da essa.

Se non impariamo a farlo, le ansie e le paure decideranno per noi, perché, trattandosi di emozioni fondamentali, sono state create dalla natura proprio per orientare i nostri comportamenti.

Purtroppo o per fortuna si tratta di organi, strutture e interconnessioni cerebrali che si sono formati svariate centinaia di migliaia di anni fa, quando prendere la decisione giusta poteva essere una questione di vita o di morte. Ci sono voluti molti tentativi e molti decessi perché l’evoluzione creasse meccanismi automatici per evitare ad esempio di mangiare carne in decomposizione e lo stratagemma ideato dalla natura è stato quello di sfruttare delle connessioni dirette tra recettori olfattivi e l’amigdala che è il centro di smistamento delle emozioni.
Un canale di scambio di informazioni diretta che non disturba né impegna le cd. funzioni superiori, tra cui il pensiero cosciente e la consapevolezza, che non appena si verifica lo stimolo (carne che puzza), genera una risposta talmente forte da non poter essere ignorata (disgusto) che ci spinge automaticamente ad allontanarsi dalla fonte di fetore.
Similmente la vista di un qualcosa che potrebbe essere un innocuo ramoscello o un pericoloso serpente nella fitta penombra di una foresta, crea (grazie ad un meccanismo ancora una volta gestito dall’amigdala) l’automatico blocco motorio, per evitare di calpestare un potenziale pericolo. E’ più o meno lo stesso meccanismo che fa bloccare un coniglio di fronte ai fari dell’autovettura o che ci lascia impietriti di fronte ad un treno che sta per rinvestirci; sempre di blocco motorio emozionale si tratta.

Ora, siccome siamo primati “intelligenti”, nel corso dell’evoluzione abbiamo cambiato il modo di gestire questi meccanismi emotivi di base anche se, ancora oggi ne siamo “vittime”. Studi ad esempio hanno dimostrato che prendere decisioni in preda alla rabbia (altra emozione fondamentale ed automatica) determina la sottovalutazione dei rischi reali: funziona benissimo per un soldato in trincea che vuol sopraffare l’odiato nemico, ma anche per chi non sopporta il partner o il vicino si casa.

Inoltre un eccessivo coinvolgimento emotivo influisce sulle capacità cognitive, mentre uno scarso può impedire l’attivazione di processi decisionali, ad esempio per assenza di motivazione.

C’è insomma una zona ideale in cui un po’ di ansia e di paura, come anche un po’ di rabbia, sono necessarie per attivare efficacemente il processo decisionale, ma poi se queste emozioni prendono il sopravvento, il nostro raziocinio…. sparisce.

E così abbiamo per la paura abbiamo l’assalto ai supermercati, il bisogno di scovare gli untori, il bisogno della mascherina anche all’aperto. Ma potremmo anche avere il runner arrabbiato (faccio parte della categoria…) che soffre perché non può andare a correre o quello arrabbiato perché perde l’aperitivo con gli amici o vede limitato il suo diritto costituzionale di muoversi liberamente (ognuno è libero di arrabbiarsi a modo suo..).

In ogni caso la perdita delle nostre abitudini è un altro pessimo consigliere decisionale perché genera a sua vota frustrazione che è parente stretta della rabbia e inventarsi resilienti non è affatto semplice.

Insomma l’unico consiglio saggio che si può dare è di allenare la propria autoconsapevolezza: chiedersi prima di tutto se c’è dentro di noi un’emozione che rischia di decidere per noi o se l’euristica della disponibilità (troppe informazioni a disposizione su un certo tema) ci stia tirando un brutto scherzo. Non è facile né semplice, ma nemmeno impossibile.

E di tempo per provare almeno ad iniziare ne abbiamo.

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