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FdR è “valori condivisi”.

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I valori, come le parole, per me sono importanti. Molto importanti. Oserei dire fondamentali.

Sentirmi rispondere a vent’anni dalla mia responsabile “Tu non devi pensare!” non ha aiutato la mia permanenza in quella situazione.

Anche intorno ai trenta sentirmi dire dalla collega più giovane con due figli piccoli alla quale giustamente davo priorità di ferie nei giorni “canonici” che mi rispondeva “grazie, ma tanto tu sei single, non ti cambia nulla stare a casa in periodi diversi” non mi metteva esattamente di buon’umore.

Non parliamo poi di quando si creano “fazioni” e si mettono in discussione le capacità di una collega perché “chissà come ha fatto carriera!” oppure “Eh! Lei sì che sa come vendersi bene!”

Ho avuto la fortuna e la sfortuna di cominciare a fare un lavoro dove capivo davvero poco già adulta e con esperienze diverse, ma c’era il mio cognome sulla porta e so quante illazioni possano essere state fatte, qualche volta anche qualche piccolo sabotaggio, ma mi sono impegnata: testa china sui libri e tanto lavoro, la prima ad arrivare e l’ultima ad andare via anche perché essere sempre all’altezza delle aspettative di un genitore non è facile. E per non mostrare favoritismi, le mie lavate di testa spesso riguardavano gli altri e non me.

Da ragazza ammetto di esserci caduta anch’io, ma dopo poco mi sono resa conto che uno dei maggiori problemi di noi donne siamo proprio noi.

Sarà capitato a tutte di entrare in un ufficio per la prima volta (ma potrebbe essere anche a casa di qualcuno per una festa) e sentirsi squadrate da capo a piedi come se potessero vederci dentro coi raggi X… ecco: pessima sensazione per quanto mi riguarda. Mi chiudo a riccio e mostro solo gli aculei.

Si sa che noi donne siamo esseri complessi e nella nostra complessità riusciamo a diventare ermetiche per taluni ed acide per talaltri.

Una complessità che parte dal volere tutto, possibilmente: lavoro e famiglia, e non è per nulla semplice.

Dal volere essere riconosciute per ciò che valiamo e non per ciò che indossiamo sul lavoro.

Complessità che nasce dalla sensibilità di saper accogliere, dell’ospitalità, della cura nei confronti dell’altro che abbiamo spesso innate. Fanno parte di noi. Ma non sempre se “l’altro” è una di noi: un’altra donna. In questo caso sembra scattare, credo inconsapevolmente la maggior parte delle volte, una competizione che forse ha radici davvero remote nella sopravvivenza della specie.

Non lo so. Sono solo mie convinzioni che sono riuscita a smontare.

E’ anche vero che, alla mia generazione quantomeno, non hanno insegnato granché a “fare squadra”:

i ragazzi giocano a calcio, a rugby , a basket.

Noi facciamo danza: l’occhio di bue deve essere solo per noi.

Ogni tanto anche pallavolo e ginnastica artistica o ritmica. Per fortuna.

Mi è capitato di dover gestire squadre di sole donne fin dai vent’anni e devo ammettere che l’invidia l’ho incontrata spesso: per i capelli, per gli occhi, per il fidanzato/marito, per i figli, o perché non c’erano figli, per l’auto, per la posizione professionale, per il parcheggio, per la promozione, per un sacco di altri motivi.

Raramente ho incontrato invidia per un cuore gentile, empatico: veniva sempre sussurrato a mezze labbra il dubbio di cosa poteva nascondere.

Invece è vero che la gentilezza spiazza. Sempre. E chiunque. E la gentilezza è donna. Accogliere qualsiasi persona con un grande (e sincero) sorriso mi ha sempre (oddio, quasi sempre!) ripagato ampiamente, soprattutto quando più belle e più brave di me.

Sono fortunata perché ero assente quando hanno distribuito l’invidia e pensavo di doverla pagare a vita.

Poi, un po’ di anni fa, un bel terremoto nella vita professionale e personale mi hanno costretto a guardare un po’ oltre i miei soliti confini e sono capitata dentro un mondo che ho sentito mio appena l’ho conosciuto.

Un mondo dove non mi sono sentita giudicata per come mi presentavo ma per ciò che dicevo e, soprattutto, facevo.

Un mondo basato sul volontariato con un fine comune nobilissimo, per quanto mi riguarda: far conoscere e divulgare la cultura del lavoro.

Ed in questo mondo, guarda un po’, ho trovato donne mai spaventate da me, magari incuriosite e che mi hanno mostrato la loro curiosità nel volermi conoscere meglio, ma non per mettermi alla prova: per capire meglio chi sono.

Ho osservato con molta cautela per qualche tempo: ero appena stata tradita da persone che credevo amiche e non ero molto incline a dare nuovamente fiducia, non così in fretta almeno.

Sono andata ad un paio di incontri di “Belle capocce” perché già il nome metteva allegria ed in effetti mi sono divertita.

Ho cancellato un weekend di vacanza con gli amici già prenotato quando uscirono le date della prima edizione di Nobilita nel marzo del 2018 perché leggendo il programma gli argomenti sembravano davvero condividere i miei valori: relatori di grande spessore che mi colpirono proprio per la visione che ci accomunava (io nel mio piccolo, s’intende). Due fra tutti: Luciano Floridi, filosofo dell’etica dell’informatica e Marco Bentivogli, all’epoca sindacalista che metteva in fila ragionamenti e proposte assai più che condivisibili e che poco avevano del “sindacalista” tout court, ma di persona che conosceva bene il mondo del lavoro.

Nel marzo del 2019 un altro Nobilita Festival che si dimostra all’altezza delle aspettative, per nulla facile visto come era partito l’anno prima.

Poi qualche incontro sporadico, ma sempre pieno di spunti interessanti.

Ed infine il Reloaded e la cena di Natale, che purtroppo avevo sempre perso fino all’anno scorso.

Ho provato a riaprirmi, a dare fiducia, a sospendere il giudizio. Ed ho trovato persone fantastiche che la vedevano come me su tantissime questioni, ma anche quando c’erano visioni diverse si argomentavano e si dirimevano in maniera illuminata come non mi capitava da tempo.

Ed ecco che decido di farne parte in modo più attivo: dando una mano dove potevo e quando potevo.

Ho in effetti incontrato un mondo dove la “sorellanza” non era utopia, ma realtà: entro in squadra e vengo subito accolta come se ne avessi sempre fatto parte. Dove le magliette sono le stesse per tutti e pazienza se stringono un po’ in certi punti perché rappresentano ben altro.

Tornando alla metafora sportiva, una squadra dove per fare meta c’è davvero bisogno del “sostegno” e dell’apporto di tutti e di tutte, ogni persona con le sue attitudini.

Devo ringraziare tanto una cara amica rugbista (ma il rugby mi conquistò prima di conoscerla) che tanto mi ha insegnato sul saper “creare” una squadra: su certi meccanismi che sono davvero più “normali” per gli uomini che per le donne, ma che non sono impossibili da mettere in pratica per tutti: sospensione del giudizio, dare fiducia e dare feedback, chiedendo prima il permesso.

Una squadra si costruisce con la fiducia: tra i membri della squadra e verso il leader. Questo vale per qualunque squadra.

Sabato scorso, conclusa questa edizione di Nobilita Festival , la prima che ho vissuto da staff, arrivata a casa ero ancora piena di adrenalina per la giornata e le emozioni e la sera mi sono goduta la sfilata di Giorgio Armani in prime time e mi è venuto in mente che tanto ha fatto per me: io amo indossare una giacca, mi fa sentire sempre a posto e sempre “intonata” alla situazione. Ho giacche di colori improponibili (la direttrice di Senza Filtro la scorsa settimana mi ha proprio detto: “io che mi chiedo sempre chi può comprare una giacca fucsia… Tu!”)  è il mio abito perché lo sento mio e devo ringraziare Re Giorgio che l’ha destrutturata ed ingentilita per renderla indossabile anche da noi donne. E nella professione è stata fondamentale per potermi presentare a mio agio.

Non molto tempo fa, in azienda, mi sono sentita dire, ancora, che i vertici dell’azienda sono maschilisti, che non giudicano equamente l’operato di donne e uomini e giù di lamentele varie: ho risposto che l’azienda ha personale in maggior parte femminile e che la sottoscritta fa parte della categoria e che non nego possano esserci ingiustizie, ma tanto dipende anche da come ci presentiamo e comportiamo noi.

Ognuno ha la sua luce e deve farla brillare come meglio crede, ma cedere alla rabbia (sicuramente nata da una serie di situazioni) senza saperla controllare e gestire, quando i nostri colleghi al massimo si chiudono nel mutismo qualche indizio lo dà.

Quando arriva una critica sul nostro lavoro riguarda il nostro lavoro, non la nostra persona: gli uomini non si sentono quasi mai minacciati da una critica o da uno sbaglio.

Vogliamo chiamarla “sindrome dell’impostore”? Ci sta. Ma ci sta anche che mi metto d’impegno a lavorare su quei lati del mio carattere che non sono funzionali al mio obiettivo, se ci tengo veramente.

E noi donne abbiamo una determinazione assoluta quando vogliamo. Quindi, perché non provare?

Provare seriamente a fare squadra e provare e far provare l’ebbrezza della sorellanza ovunque possiamo? Sarebbe bellissimo. Sarebbe come sentirsi a casa.

Come mi sono sentita io a Nobilita 2020.

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